Il lato selvatico del tempo

Il lato selvatico del tempo

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In quel tempo quasi fiabesco che comincia sempre con «una volta», gli abitanti della Chalancho consumavano le sere nelle veglie, spegnendo le fatiche contadine nella narrazione di storie fantastiche. Stretti dentro una stalla, i montanari della piccola borgata della Val Grana esorcizzavano il buio raccontando vicende di masche, le streghe, crudeli femmine vendicatrici o più probabilmente donne che osavano fuggire dalle strette maglie del controllo sociale sfidando la notte, il lato selvatico del tempo. È stato proprio questo, nel 1987, l’argomento della tesi di dottorato di Marco Aime. Ora, a distanza di anni, l’antropologo rende omaggio a un mondo ormai scomparso riproponendo il racconto di quei giorni sulle montagne, e facendo così i conti con un’altra selvatichezza, prepotente come l’ortica che invade i sentieri dell’amata borgata, indifferente come l’asfalto che ne cancella i vecchi tracciati: quella dell’ineluttabilità di certe perdite, dello sprofondare di luoghi e persone in un niente al quale si può solo opporre l’ostinata volontà della memoria, la forza poetica della narrazione. L’assoluta verità del tempo vissuto.

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Sull'autore

Marco Aime

Marco Aime, torinese, insegna antropologia culturale all’Università di Genova. Autore di studi sulle popolazioni alpine e sull’Africa, oratore molto apprezzato e seguito in diversi contesti culturali, ha pubblicato numerosi saggi di studi antropologici, fra i quali Eccessi di culture (2004), Il primo libro di antropologia (2008), La macchia della razza (2009), Verdi tribù del Nord (2012) e Senza sponda (2015).Per Bollati Boringhieri ha pubblicato, tra gli altri, L’incontro mancato. Turisti, nativi, immagini (2005), Gli specchi di Gulliver. In difesa del relativismo (2006), Timbuctu (2008), Il diverso come icona del male (assieme a Emanuele Severino, 2009) e Cultura, per la collana «I sampietrini» (2013).

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