Uno, nessuno e centomila

Uno, nessuno e centomila

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In Uno, nessuno e centomila «c’è la sintesi completa di quello che ho fatto e che farò» ebbe a dichiarare Pirandello. In effetti questo romanzo, che raccoglie gli sviluppi della sua opera drammatica ma che avrebbe  potuto esserne il proemio, ha assunto nel tempo un significato insieme conclusivo e inaugurale. La  parabola di Vitangelo Moscarda, che guardandosi allo specchio scopre la differenza tra l’immagine di sé che ha sempre coltivato e quella che gli altri ne hanno, per nulla unanime, anzi molteplice e frammentata, può essere considerata la più tipica delle storie pirandelliane.

Immaturo e inconcludente, infantile e vanesio, Moscarda è un moderno antieroe del romanzo del Novecento: appartiene alla fitta discendenza del dostoevskijano «uomo del sottosuolo», è parente stretto dello Zeno Cosini di Svevo, e gemello di Mattia Pascal. Lo sgomento intollerabile che egli prova di fronte all’esperienza del suo io frantumato e cangiante lo condurrà all’isolamento e alla follia ma anche alla scoperta dell’infinita libertà di chi, senza nome e senza ricordi, muore e rinasce a ogni istante.

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Sull'autore

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello (Agrigento 1867 - Roma 1936) è stato un importante scrittore e drammaturgo italiano, vincitore del Premio Nobel nel 1934. Dopo alcune raccolte di poesie, esordì con romanzi nell'impronta del verismo (si veda L'esclusa, 1901), approfondendo via via il dramma dell'individuo isolato in una realtà che gli è estranea (Il fu Mattia Pascal, 1904; Novelle per un anno, raccolte dal 1922 in poi; Uno, nessuno, centomila, 1926). Questa tematica (teorizzata nel saggio L'umorismo, 1908) trova la sua realizzazione più originale nel teatro, attraverso una tecnica di lucido, impietoso smascheramento della relatività della condizione umana, fino al teatro nel teatro.

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