Il colore dell'inferno La pena tra vendetta e giustizia

Il colore dell'inferno

La pena tra vendetta e giustizia

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«Dove mai avrà termine, dove mai placata cesserà la furia di Ate?» L’interrogativo angoscioso di Eschilo non smette di risuonare dopo migliaia di anni. Abbiamo forse dimenticato il nome della funesta divinità greca che prima induceva gli uomini in errore e poi ne esigeva inclemente la punizione, ma della sua vendicatività rimane un’impronta nell’idea di giustizia a cui è ispirata l’attuale civiltà giuridica. La rassicurante contrapposizione tra vendetta e barbarie da un lato – la violenza sommaria del «sangue chiama sangue» – e giustizia e civiltà dall’altro tradisce infatti una infondatezza che sgomenta. Scrutando nel cono d’ombra dell’azione penale con lo sguardo penetrante di chi coglie ambivalenze e fratture nella presunta rotondità dei concetti, Umberto Curi vi rintraccia l’aspetto arcaico e irrisolto che tinge ancora il dispositivo della pena del «colore dell’inferno», secondo l’espressione di Simone Weil. Lungo il tragitto a lui familiare, che dalla grecità dei filosofi e dei tragici arriva a Nietzsche e al pensiero contemporaneo, Curi testa la resistenza, e la fragilità, del principio di giusta «retribuzione» del reato attraverso un castigo adeguato. L’equità che intende garantire era invocata anche dall’ingiunzione biblica «frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente» e dalla legge del taglione fissata dalle XII Tavole romane, ossia dai meccanismi che prevedevano la reciprocità del danno. Infliggere sofferenza al colpevole, sia per ristabilire l’ordine cosmico infranto sia, più modernamente, a scopo rieducativo o preventivo, oscilla tra una concezione sacrale della pena come espiazione e una visione compensativa che rimanda all’antica relazione tra debitore e creditore. Impostazioni che, tuttavia, sortiscono l’effetto-paradosso di assolvere la colpa, una volta estinto il debito con la pena, senza alleviare il dolore della vittima. Proprio alla fuoriuscita dalla logica del paradigma retributivo e di quello pedagogico lavora oggi la giustizia riparativa, che mette invece al centro il rapporto tra offensore e offeso. Perché si possa, infine, sottrarre alla crudele Ate l’insidioso terreno in cui prospera.

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Sull'autore

Umberto Curi

Umberto Curi è professore emerito di Storia della filosofia presso l’Università di Padova. Ha insegnato anche alla facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed è stato visiting professor presso la University of California (Los Angeles) e la Boston University. Tra i suoi saggi: Il farmaco della democrazia. Alle radici della politica (2003), Miti d’amore. Filosofia dell’eros (2009), Straniero (2010, Premio Frascati), Endiadi. Figure della duplicità (n. ed. 2015), Le parole della cura. Medicina e filosofia (2017) e Veritas indaganda (2018). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato: «Pólemos». Filosofia come guerra (2000), La forza dello sguardo (2004), Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche (2008, Premio Capalbio), Via di qua. Imparare a morire (2011), L’apparire del bello. Nascita di un’idea (2013), La porta stretta. Come diventare maggiorenni (2015) e Filosofia del Don Giovanni. Alle origini di un mito moderno (n. ed. riveduta e ampliata 2018) e Il colore dell'inferno. La pena tra vendetta e giustizia (2019). Nel 2018 gli è stato conferito il Premio internazionale «Filosofi lungo l’Oglio» e nel 2019 il Premio Cilento per la critica.

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